UNA STORIA CHE SI RIPETE



Ciao cari lettori,

Strumenti e paura: una storia che si ripete da duemilacinquecento anni

Chi vive di musica, con la musica, per la musica, prima o poi deve decidere come raccontarla. Io ho scelto di farlo giorno per giorno, sul mio blog, seguendo fatti, storia, cultura, fragilità. È uno stile di vita prima che un metodo di lavoro. E da quando in questo racconto quotidiano è entrata l'intelligenza artificiale, mi sento ripetere sempre la stessa obiezione: che l'IA serva a creare scorciatoie, percorsi fittizi, prodotti musicali senza un pensiero umano alla base.

Voglio rispondere a questa obiezione con calma, perché la trovo un errore di prospettiva prima ancora che un errore di merito. E voglio farlo guardando la questione da più punti di vista: quello psicologico, quello storico, quello pedagogico, quello sociale. Perché chi condanna in blocco uno strumento senza averlo conosciuto sta ripetendo, con parole nuove, un atteggiamento vecchio quanto la cultura umana.


La paura ha sempre lo stesso volto

Chi professa cultura, a qualsiasi livello, spesso dimostra proprio nel giudizio più ‘tranchant’ tutti i limiti che si è costruito intorno. Ognuno di noi si costruisce una ‘comfort zone’, uno spazio di competenze e certezze dentro cui si sente autorizzato a parlare. Fuori da quello spazio, la reazione più comune non è la curiosità ma la squalifica: quello che non conosco, se non lo capisco fino in fondo, lo dichiaro privo di valore.

È un meccanismo psicologico ben più antico dell'intelligenza artificiale. Difendersi da ciò che non si controlla dichiarandolo pericoloso o disumano costa meno fatica che studiarlo. Chiudere la porta è più semplice che imparare a usare la chiave meccanica o digitale. E chi lo fa da una posizione di autorità culturale, da insegnante, da critico, da musicista affermato, rischia di trasformare la propria insicurezza in un giudizio morale sugli altri.

Nella mia esperienza, la paura di uno strumento nasconde quasi sempre la paura di dover rimettere in discussione un metodo, un ruolo, una gerarchia acquisita nel tempo. Non è lo strumento a spaventare. È l'idea di doversi rimettere in gioco.


La storia si ripete, e non da oggi

Questo timore ha una storia lunga, e vale la pena raccontarla, perché aiuta a mettere le cose in prospettiva.

Platone, nel Fedro, mette in bocca a Socrate la stessa accusa che oggi sentiamo rivolgere all'IA: la scrittura, dice Socrate, indebolirà la memoria, produrrà uomini che sembrano sapienti senza esserlo davvero, perché si affidano a segni esterni invece che al proprio ricordo. Erano gli anni in cui la parola scritta cominciava a sostituire la trasmissione orale del sapere. Oggi nessuno rimpiange quella battaglia.

La stampa a caratteri mobili subì lo stesso trattamento: avrebbe banalizzato i testi sacri, moltiplicato gli errori, tolto valore al lavoro paziente degli amanuensi. La fotografia fu accusata di uccidere la pittura, perché "chiunque" con una macchina poteva ora fissare un volto senza il mestiere del pittore. Il pianoforte meccanico e poi il sintetizzatore vennero descritti come la fine della musica vera, quella suonata con le mani su strumenti acustici. Ogni volta lo strumento nuovo veniva letto come una minaccia all'autenticità di chi lo aveva preceduto.

Io questa storia l'ho vissuta anche in piccolo, sulla mia pelle. Negli anni Ottanta, la tecnologia esisteva ma non era ancora alla portata di tutti come oggi: gli strumenti erano grezzi, la musicassetta e CD audio con prezzi molto alti erano i primi esempi della disponibilità. Oggi quegli oggetti fanno sorridere per la loro semplicità. Tra qualche decennio, gli strumenti che usiamo adesso faranno sorridere allo stesso modo i musicisti che verranno. Non si può vivere di nostalgia per gli strumenti di ieri. Si può, questo sì, dare ai ricordi una forma attuale, portarli avanti invece di custodirli sotto vetro.

Chi oggi liquida l'intelligenza artificiale come una scorciatoia sta ripetendo, quasi parola per parola, un copione che la cultura occidentale recita da almeno duemilacinquecento anni. È un Medioevo che si ripresenta a ogni salto tecnologico: si teme lo strumento perché si teme di perdere il controllo del sapere che finora lo strumento non serviva a produrre.


Cosa succede quando la scienza non ha paura degli strumenti

C'è un banco di prova che rende questa discussione meno astratta: la medicina. Per cinquant'anni il problema del protein folding, cioè la previsione della forma tridimensionale che una proteina assume a partire dalla sua sequenza di aminoacidi, è rimasto irrisolto. Da quella forma dipende il comportamento della proteina, e da quel comportamento dipende la comprensione di malattie genetiche, la progettazione di farmaci, lo sviluppo di vaccini.

Nel 2020 il sistema di intelligenza artificiale AlphaFold, sviluppato da DeepMind, ha risolto quel problema con un'accuratezza vicina a quella sperimentale, raggiungendo circa il 90% di precisione media nei propri modelli predittivi secondo i risultati pubblicati da Nature nel novembre di quell'anno. Da allora lo strumento ha permesso di prevedere la struttura di oltre 230 milioni di proteine, fornendo una base dati senza precedenti per la ricerca farmaceutica, un risultato che ha contribuito all'assegnazione del Premio Nobel per la Chimica nel 2024.

Nessuno dei ricercatori coinvolti si è chiesto se affidarsi a un algoritmo togliesse valore al proprio lavoro. Nessuno ha rinunciato a uno strumento capace di comprimere in ore un problema che aveva resistito per mezzo secolo, per paura che la scienza ne uscisse meno umana. Il merito resta dei biologi che hanno saputo interpretare quei risultati, formulare le domande giuste, verificarli, applicarli. Lo strumento ha ampliato quello che potevano fare. Non ha deciso al posto loro cosa farne.

Se la scienza avesse ragionato con la logica di chi oggi condanna l'IA in musica, molte di queste scoperte sarebbero ancora ferme al punto in cui erano vent'anni fa. Le vite che quella conoscenza permette di salvare non sono un'astrazione retorica: sono il motivo per cui vale la pena distinguere tra lo strumento e l'uso che se ne fa.


Trasmettere l'esperienza, non difenderla

C'è un aspetto pedagogico in tutto questo che mi tocca da vicino, come insegnante prima ancora che come musicista. La mia formazione è nata nei conservatori, dentro un impianto classico: si studia la costruzione tecnica della musica, la metrica su cui i testi venivano calati nelle opere vocali e strumentali. Per anni quella strada mi ha condizionato, e in certi momenti ostacolato, rispetto a scelte che oggi, con l'esperienza della vita, faccio con convinzione. Usare l'intelligenza artificiale per produrre musica non è una rinuncia a quella formazione. È un laboratorio di idee che qualsiasi musicista, prima o poi, deve imparare a comprendere.

Non è mai troppo tardi per farlo, nemmeno per chi come me ha alle spalle più anni di carriera che di futuro davanti. Anzi, è proprio l'esperienza accumulata in una vita di studio a dover essere trasmessa, non conservata come un privilegio di chi "sapeva fare le cose nel modo giusto". Un insegnante che rifiuta uno strumento nuovo per principio non sta proteggendo i suoi studenti dalla superficialità. Li sta privando della possibilità di usare quello strumento con la competenza e lo spirito critico che lui stesso ha costruito in anni di lavoro. La responsabilità pedagogica, oggi, non è tenere l'IA fuori dall'aula. È ‘insegnare a starci dentro con criterio’.


L'artista resta al centro

Resta la domanda più concreta, quella che riguarda direttamente chi fa musica: l'intelligenza artificiale toglie lavoro a chi suona dal vivo?

La risposta, per come la vedo, è che lo strumento non sostituisce la mano che lo governa. Un sintetizzatore non ha tolto lavoro ai violinisti, ha aperto sonorità che l'orchestra da sola non poteva raggiungere. Un software di produzione non elimina il bisogno di un orecchio che sappia riconoscere quando una frase musicale funziona e quando invece va riscritta. L'intelligenza artificiale genera possibilità, non decisioni: qualcuno deve scegliere quale idea tenere, quale scartare, dove portare un testo, con quale intenzione. Quel qualcuno resta, e resterà, un essere umano.

Il rischio non sta nell'uso dello strumento. Sta nel delegare allo strumento il gusto, la selezione, il senso critico che solo un'esperienza umana può maturare. Finché è l'uomo a governare lo strumento, e non il contrario, la musica non perde nulla: guadagna un laboratorio in più dentro cui far crescere idee che altrimenti non avrebbero mai preso forma.


Dare ai ricordi una forma attuale

Torno al punto da cui sono partito. Il mio blog, notanostra.blogspot.com, esiste per raccontare idee, avvenimenti storici e culturali attraverso la musica, in particolare attraverso la canzone: uno strumento che entra dentro in modo diretto, raggiunge insieme cervello e sensi, e costringe a fermarsi su un fatto, una notizia, una curiosità che magari conoscevamo solo in superficie.

Questo intervento vuole dire una cosa semplice a chi oggi guarda con sospetto l'intelligenza artificiale, in musica come nelle altre discipline: non è mai troppo tardi per conoscere uno strumento nuovo, nemmeno per chi ha già dato la propria vita a un mestiere. Anzi, è necessario che l'esperienza di una vita non vada persa, ma venga trasmessa a chi oggi muove i primi passi in un mondo più complesso di quello in cui siamo cresciuti noi. Chiudersi nella propria comfort zone e dichiarare inutile tutto ciò che sta fuori non è prudenza culturale. È un Medioevo travestito da buon gusto.



Un saluto dal vostro prof. Maurizio Ricci 



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