Ciao cari lettori,
Le nuove Indicazioni fanno una cosa reale e positiva: dichiarano la musica strutturalmente centrale nel percorso formativo, togliendo l’alibi ai dirigenti che la relegavano a comprimaria.
È un punto di partenza normativo utile.
Ma sotto la retorica dell’inclusione si nasconde un’operazione culturale precisa: la musica viene vista esclusivamente come “forma d’arte” e non come insieme di condotte e mezzo di comunicazione; viene definita più volte “linguaggio universale”, quando universale non è.
[www.scuola7.it](https://www.scuola7.it/2025/429/quale-curricolo-musicale-nelle-indicazioni-2025/)
Il “linguaggio universale” è una definizione semantica che — applicata alla musica colta europea — funziona come meccanismo di inclusione selettiva: tutti sono invitati, ma il biglietto d’ingresso è la familiarità con un’estetica che non appartiene a tutti.
La musica, è nata per essere libera espressione di tutti.
Non esiste un repertorio superiore per decreto della storia.
Esiste una pluralità di tradizioni — il bel canto, certo, ma anche il canto di montagna, il blues, la cumbia, il taiko giapponese — che hanno tutte pari dignità come esperienze formative.
"Una scuola davvero inclusiva non sceglie quale tradizione sia degna: costruisce la capacità di abitare più mondi sonori, partendo da quelli che i bambini portano già con sé".
Il D.M. 221/2025 fa un passo avanti nel riconoscimento formale della musica.
Ma il modello pedagogico che propone rischia di trasformare quel passo in una marcia nella direzione sbagliata: verso una scuola dove “educazione musicale di qualità” significa educazione alla musica classica europea, e tutto il resto è tollerato come folklore.
Un saluto dal vostro prof. Maurizio Ricci

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