Ciao cari lettori,
desidero che prima di ascoltare il brano abbiate la pazienza di legge il testo, sono sicuro che vi darà emozioni e vi farà riflettere.
LA STORIA DI MARCO E GLI ALTRI
C’era una piazza che conosceva i loro nomi prima che diventassero ombre.
Marco aveva diciannove anni e un silenzio troppo grande in tasca.
Diceva che il mondo gli aveva voltato le spalle ma non ricordava quando aveva smesso di guardarlo negli occhi
Camminava con altri ragazzi uguali nel modo di stringere i pugni, diversi nel modo di sentirsi soli; si chiamavano fratelli senza sapere nulla l’uno del dolore dell’altro.
Le loro parole uscivano come i ferri freddi custoditi nelle loro tasche non per convinzione ma per abitudine.
Li ho visti gridare contro vetri e contro volti come se rompere qualcosa potesse restituire un nome.
Li ho visti cercare rispetto nella paura degli altri, confondere la forza con il rumor e il coraggio con la rabbia.
Non erano mostri, erano ragazzi ai quali nessuno aveva insegnato ad ascoltare.
C'era Luca che rideva troppo forte per non far sentire la crepa nella voce.
C'era Ahmed che abbassava lo sguardo quando qualcuno parlava di futuro.
Si incontravano la sera tra muri coperti di scritte, parole che parlavano di libertà ma non sapevano cosa farne.
Quando uno cadeva gli altri lo rialzavano senza chiedergli perché fosse caduto, la fragilità era un segreto da nascondere come una colpa.
Li ho visti trasformare la paura in un’arma, usare la voce come un coltello, credere che il rispetto si potesse imporre e intanto la città li guardava da lontano, come si guardano i temporali sperando che passino senza chiedersi da dove arrivino.
Se qualcuno avesse detto a Marco che non era debole tremare, forse avrebbe lasciato cadere il pugno.
Se qualcuno avesse ascoltato Luca senza ridere della sua incertezza, forse avrebbe imparato a restare.
Non si nasce violenti si impara a non sentire.
Un saluto dal vostro prof. Maurizio Ricci
Graditi vostri commenti...

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