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GIUSEPPE (BEPPE) ROMELE

 


Ciao cari lettori,

Beppe Romele, il diavolo della Tasmania che ha scelto la propria montagna

C'è una frase che Giuseppe Romele ripete da anni, e che vale più di qualsiasi medaglia: non scalerò l'Everest come altre persone, ma potrò ugualmente scalarlo a modo mio. È una frase semplice, quasi disarmante. Ma chi conosce la sua storia sa che dietro quelle poche parole c'è un metodo di vita, prima ancora che un metodo sportivo.

 BUON ASCOLTO!

Beppe — per tutti è Beppe, non Giuseppe — nasce a Lovere il 12 febbraio 1992 e cresce a Pisogne, sul Lago d'Iseo. Viene al mondo con una malattia rara, l'ipoplasia femorale bilaterale, che condiziona lo sviluppo degli arti inferiori. Potrebbe essere il punto di partenza di una storia di rinuncia. È invece l'inizio di una delle carriere sportive più multiformi che il movimento paralimpico italiano ricordi.

Una vita passata a cambiare sport, mai a fermarsi

Il primo amore di Beppe è l'acqua. Cresciuto vicino al lago, comincia a nuotare e nel 2006 vince il campionato italiano nei 50 stile libero. Restano gli anni della formazione, quelli in cui si impara a misurarsi con il proprio corpo e con la fatica. Poi, quando le categorie internazionali del nuoto paralimpico cambiano, Beppe non si ferma: passa all'atletica leggera in carrozzina olimpica, gareggia come quattrocentista e ottocentista, diventando il secondo atleta italiano nella specialità.

Nel 2016 tenta la qualificazione ai Giochi di Rio, ma la federazione di atletica non lo convoca. Per molti sarebbe la fine di un sogno. Per lui è semplicemente un cambio di strada: si dedica alla maratona in carrozzina, correndo a Berlino nel biennio 2018-2019 e conquistando due ori italiani a Jesolo nella categoria T54.

È proprio durante la preparazione atletica per il triathlon, nell'inverno 2016, che scocca la scintilla decisiva. Un compagno di squadra, Toninelli, lo invita a provare lo sci di fondo. Beppe si innamora subito di quella disciplina dura, silenziosa, fatta di resistenza e di solitudine sulla neve. Nel gennaio 2018 inizia a sciare sul serio. Da lì in avanti, la sua storia entra in una nuova dimensione.

Dalla provincia al podio del mondo

Cresciuto nella Polisportiva Disabili Valle Camonica, Beppe porta la bandiera della nostra valle ben oltre i suoi confini. Nel 2022 arriva la prima, storica medaglia paralimpica: un bronzo nella 10 km sitting ai Giochi di Pechino. Per lui è lo spartiacque della carriera, il momento in cui capisce che la strada intrapresa è quella giusta.

Da quel bronzo in avanti, la progressione è impressionante: titolo mondiale nel 2023 nella 20 km a Östersund, vittorie in Coppa del Mondo, e nel 2026 il sogno di ogni atleta — gareggiare in casa. Alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, davanti al pubblico italiano, sale di nuovo sul podio: bronzo nella 20 km individuale sitting, con il pubblico di Tesero a sostenerlo dalle tribune sotto una pioggia incessante. "Ho l'impressione che questa sia stata la gara più difficile della mia vita", ha raccontato a fine corsa, dedicando la medaglia alla sua compagna Nadia e a chi lo ha sostenuto in tutti questi anni.

Nel 2023 arriva un altro traguardo importante: l'ingresso nelle Fiamme Azzurre, il gruppo sportivo del Corpo di Polizia Penitenziaria, che gli permette finalmente di vivere lo sport a livello professionistico — un obiettivo che, racconta lui stesso, ha sempre coltivato.

Il diavolo della Tasmania

Chi gli sta vicino lo descrive con un soprannome che dice tutto: "il diavolo della Tasmania". Energia instancabile, voglia costante di fare, di provare sport nuovi, di non accontentarsi. Beppe stesso si definisce un atleta serio, vivace, forse fin troppo metodico nella routine quotidiana — ma felice di essere quello che è. Non è un dettaglio da poco: in un mondo che spesso chiede ai campioni di raccontarsi come eroi senza crepe, lui racconta semplicemente sé stesso, con onestà.

Il suo non è un percorso lineare costruito a tavolino. È la somma di scelte fatte una dopo l'altra, spesso in risposta a porte chiuse: la federazione che non lo convoca, la categoria che cambia, lo sport che si esaurisce. Ogni volta, invece di fermarsi, ha trovato un'altra direzione. Ha fatto anche il triathlon, arrivando a competere ai Giochi olimpici (non paralimpici) di Parigi 2024 — una delle pochissime persone capaci di gareggiare sia alle Paralimpiadi invernali che alle Olimpiadi estive nella stessa disciplina multisport.

Tra i suoi legami più cari nello sport c'è l'amicizia con Simone Barlaam, conosciuto quando Beppe stava concludendo la carriera nel nuoto e Barlaam, allora "un pivellino" alto la metà di oggi, cominciava a emergere. Quell'amicizia è arrivata fino alla pista di Milano-Cortina: Barlaam ha disegnato di sua mano il diavolo della Tasmania sul guscio della slitta di Beppe.

Perché la sua storia parla a tutti, non solo agli sportivi

Quello che rende speciale Beppe Romele non è soltanto la bacheca di medaglie, per quanto già notevole. È il modo in cui ha trasformato ogni rifiuto, ogni porta chiusa, ogni cambio di disciplina in un passo avanti invece che in una resa. Non ha aspettato che il mondo gli si adattasse: ha trovato, sport dopo sport, il modo di adattarsi lui al mondo restando fedele a sé stesso.

Nel 2026, dopo il bronzo conquistato in casa, è stato ricevuto al Quirinale dal Presidente della Repubblica, da Papa Leone XIV, e ha ricevuto il plauso delle più alte cariche dello Stato. Ma se gli si chiede di descriversi, Beppe non parla di cerimonie: parla di metodo, di fatica, di sport come spazio di libertà. È lì, in quella semplicità, che sta la vera lezione per chiunque — ragazzi che attraversano un momento difficile, persone che si sentono bloccate da un limite, chiunque abbia bisogno di ricordare che la propria montagna si può scalare, anche se il percorso non è quello che ci si aspettava.

Non serve essere perfetti. Serve, come ha dimostrato lui ogni volta che uno sport gli ha detto di no, scegliere di alzarsi e cercare un'altra strada.


Un saluto dal vostro prof. Maurizio Ricci 

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